13 Aprile 2016

Condanna del terzo datore di ipoteca nel fallimento

Ammissibilità dell’azione di condanna promossa dal creditore ipotecario nei confronti del fallito personalmente al fine di ottenere un titolo esecutivo valido per l’escussione del terzo datore di ipoteca.

Provvedimento:

Ordinanza ex art. 702 ter c.p.c. del Tribunale di Brescia pubblicata in data 13.04.2016

 

Massime:

È legittima e ammissibile l’azione di condanna che il creditore svolge in via ordinaria nei confronti del fallito personalmente, per ottenere una pronuncia sullo stesso credito, al fine di procedere esecutivamente nei confronti di un terzo che, anteriormente al fallimento, abbia dato ipoteca su un proprio immobile per obbligazioni del futuro fallito. In questo caso, invero, il fallito è processualmente capace.

 

 

Essendo la perdita della capacità processuale del fallito non assoluta, ma relativa alla massa dei creditori, soltanto a questi, per il tramite del curatore, è consentito eccepire l’eventuale difetto di capacità, con la conseguenza che se il curatore rimane inerte il giudice non può rilevare d’ufficio tale difetto.

 

 

COMMENTO:

La vicenda. In pendenza di un giudizio tributario, l’ente impositore e la società accertata convenivano di conciliare la vertenza, formalizzando apposito accordo giudiziale (che, prima dell’entrata in vigore del d.lgs. 156/15, non costituiva titolo esecutivo nei confronti del contribuente). A garanzia dell’adempimento dell’accordo, veniva costituita a favore dell’Amministrazione ipoteca volontaria ad opera di un terzo garante.

La contribuente ometteva il versamento delle rate pattuite e, successivamente, falliva.

L’ente impositore proponeva dunque azione di condanna nei confronti della società fallita, al fine di ottenere un titolo esecutivo in forza del quale procedere all’escussione dell’ipoteca concessa dal terzo garante, a norma degli artt. 602 e ss. c.p.c.

 

Il provvedimento. Con ordinanza pubblicata in data 13.04.2016, il Tribunale di Brescia ha ritenuto fondata la pretesa dell’Amministrazione, riconoscendo la capacità processuale del fallito nel caso in esame.

Come noto, la dichiarazione di fallimento ha, tra i suoi effetti, quello di privare il fallito della legittimazione ad agire o resistere in giudizio. Questo principio è sancito dall’art. 43, co. 1, del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, ai sensi del quale "nelle controversie, anche in corso, relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento sta in giudizio il curatore".

La ragione per la quale il fallito non può domandare personalmente l'adempimento delle obbligazioni di cui sia creditore, né essere convenuto per l'adempimento di quelle di cui sia debitore, risiede nel fatto che l'esito di questi giudizi può incidere sul patrimonio del fallito, e quindi influisce sulla formazione dell'attivo e sulla soddisfazione dei creditori concorsuali.

Questa finalità costituisce allo stesso tempo il fondamento e il limite della perdita di legittimazione in capo al fallito.

Se, infatti, la legittimazione di quest'ultimo è trasferita al curatore al fine di salvaguardare gli interessi dei creditori, tale trasferimento non sarà necessario per tutte quelle azioni insuscettibili di ledere il ceto creditorio.

Su questi presupposti si fonda il principio secondo cui la perdita di legittimazione processuale in capo al fallito, per effetto della dichiarazione di fallimento, non è assoluta ma relativa, e non comprende:

  • dal punto di vista oggettivo, i diritti e le azioni esclusi dal fallimento;

  • dal punto di vista soggettivo, i diritti e le azioni proposti da creditori che, in luogo di partecipare al concorso, abbiano scelto di soddisfarsi sull'eventuale patrimonio che residuerà alla distribuzione dell'attivo (c.d. tutela postfallimentare).

I principi appena esposti sono incontrastati nella giurisprudenza di legittimità. In applicazione di essi si è ammesso, ad esempio:

  • che il creditore del fallito possa convenirlo in giudizio in proprio, chiedendo espressamente una condanna da intendersi eseguibile solo nell'ipotesi in cui questi dovesse ritornare in bonis (Cass. civ., sent. n. 10640/2012; sent. n. 5727/2004, e via risalendo, sino alla sentenza "capostipite", rappresentata da Cass. civ., sent. n. 3475/1955);

  • che la pubblica amministrazione possa emettere nei confronti del fallito una ordinanza-ingiunzione per il pagamento d'una sanzione amministrativa, destinata a produrre effetti quando il trasgressore sia tornato in bonis (Cass. civ., sent. n. 12563/2004);

  • che il fallito possa partecipare al giudizio arbitrale, al fine di ottenere un lodo destinato a produrre i propri effetti nei confronti del fallito una volta che questi sarà ritornato in bonis (Cass. civ., sent. n. 8545/2003);

  • che il fallito possa essere convenuto in giudizio con una domanda fondata su un rapporto di cui gli organi fallimentari si siano disinteressati, e tesa ad ottenere una condanna da far valere dopo la chiusura del fallimento (Cass. civ., sent. n. 3245/2003; sent. n. 1359/1999).

Si può pertanto concludere nel senso di ritenere che la dichiarazione di fallimento non priva in modo assoluto il fallito della capacità processuale, ma lo pone in uno stato di incapacità relativa che gli consente di agire (e resistere) sul piano processuale, senza autorizzazione o sostituzione del curatore, in ordine a tutti i rapporti personali e patrimoniali extrafallimentari, essendo questi inidonei ad incidere sulla massa dei creditori che partecipano al concorso.

Per queste tipologie di rapporti, il fallito mantiene la propria legittimazione. Con la conseguenza che la dichiarazione di fallimento non impedisce al creditore di ottenere, nei confronti direttamente del fallito, una pronuncia di condanna per fini non concorsuali.

In applicazione del suddetto principio, la Cassazione ha chiarito che “se il creditore (…) agisca il via ordinaria nei confronti del fallito personalmente, per ottenere una pronuncia (nella specie: decreto ingiuntivo) sullo stesso credito, al fine di procedere esecutivamente nei confronti di un terzo che, anteriormente al fallimento, abbia dato ipoteca su un proprio immobile per obbligazioni del futuro fallito, quest’ultimo è processualmente capace” (Cass. civ., sent. n. 3495/1998).

Pertanto, l’intervenuto fallimento dell’imprenditore non preclude azioni di condanna nei suoi confronti, sia pure al limitato scopo di ottenere un titolo esecutivo funzionale all’escussione del terzo datore di ipoteca.

Del resto, tale soluzione interpretativa si presenta come l’unica in grado di tutelare appieno i diritti del creditore ipotecario. Infatti, come chiarito dalla giurisprudenza, “nell’ipotesi in cui il debitore non si sia munito prima della dichiarazione di fallimento del titolo esecutivo, deve essergli concesso di farlo anche in costanza di fallimento del debitore principale, poiché altrimenti risulterebbe frustrata la ratio stessa dell’istituto della concessione di ipoteca da parte del terzo, che è una garanzia che serve proprio nell’ipotesi in cui si verifichi l’insolvenza o comunque l’inadempimento del debitore principale, e vi sarebbero seri dubbi di costituzionalità; (…) pertanto, seppure nella consapevolezza della singolarità della situazione di un titolo esecutivo che, per legge, non potrà essere azionato nei confronti del debitore nei cui confronti è diretto, essendo in corso la procedura concorsuale, [si ritiene] che deve essere consentito al creditore principale di ottenere nei confronti del debitore principale, ai soli fini extraconcorsuali, il titolo esecutivo, in modo da poter iniziare la procedura esecutiva immobiliare nei confronti del terzo (così, Trib. Lanciano, sent. 02.09.2003).

Tali considerazioni valgono a confermare la legittimità ed ammissibilità di un’azione volta ad ottenere una pronuncia di condanna (e con essa un titolo esecutivo) direttamente nei confronti del debitore fallito.

Con la precisazione che, essendo la perdita della capacità processuale del fallito non assoluta, ma relativa alla massa dei creditori, soltanto a questi – tramite il curatore – è consentito eccepire l’eventuale difetto di capacità, con la conseguenza che se il curatore rimane inerte il giudice non può rilevare d’ufficio tale difetto (cfr., ex multis, Cass. civ., sent. n. 5226/2011; sent. 15713/2010; Cass. Sez. Un., sent. n. 7132/1998).



- ordinanza_Trib._Brescia_13.04.2016.pdf --1.03 Mb


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